Odissea di Nolan: al diavolo ci deve andare l’IMAX che con la burrasca che arriva addosso e le sedie che scuotono distrae dal film. Per capirlo, farsi colpire, va visto in una sala normale. È un film duro, lugubre come il poema, intricato come il poema, anche se manca un sacco del poema. Non ci sono birignao estetici, c’è invece una magnifica visione oltrepolitica: le ultime ore di una civiltà, della nostra nel XIII sec a.C..
Indizi: Menelao è spaventato dai popoli del mare, sono fantasmi alle porte. Elena e Clitemnestra sono la stessa attrice (nerissima, opposta come gli scacchi alla fedele e diafana Peneleope), non solo perché entrambe Tindaridi, ma perché rappresentano la violazione del vincolo coniugale fino all’omicidio, la distruzione di un fondamento. Achille, quello che incarna il vigore, non c’è. C’è Agamennone, in un’armatura da Batman (di Nolan), impalato come una statua: un supereroe del passato, che finirà ucciso in una storia di corna, un passaggio di consegne fra l’aretè e il disordine. Il volto di Polifemo non è altro da quello umano, è per metà come piegato a forza: l’occhio in verticale, il naso in orizzontale. Una disgregazione più che una mutazione.
Ulisse viaggia poco, meno di due anni. Per il resto è prigioniero di forze (e femmine strane) di cui si libera inutilmente, passa da un disastro all’altro, si carica di colpe, abbandoni e promesse non mantenute, l’Ade glielo ricorda. È un uomo che perde pezzi a ogni flutto, come il suo mondo. Alla fine non è chiaro se muore in braccio alla sposa che per 20 anni ha cercato di immobilizzare il tempo, o se ripartirà da Itaca verso le colonne d’Ercole, a ovest, per onorare i compagni insepolti. Non chiude con il passato, il suo destino è esserlo e scomparire con lui.
Che cosa dice Nolan? Forse che l’Odissea messa per iscritto è un’elaborazione collettiva del lutto per la fine di un’era? Forse sì. Viene da pensare alla nostra? Forse sì. Ma anche che dopo 15 secoli siamo ancora qui.
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Odissea di Nolan: al diavolo ci deve andare l’IMAX che con la burrasca che arriva addosso e le sedie che scuotono distrae dal film. Per capirlo, farsi colpire, va visto in una sala normale. È un film duro, lugubre come il poema, intricato come il poema, anche se manca un sacco del poema. Non ci sono birignao estetici, c’è invece una magnifica visione oltrepolitica: le ultime ore di una civiltà, della nostra nel XIII sec a.C..
Indizi: Menelao è spaventato dai popoli del mare, sono fantasmi alle porte. Elena e Clitemnestra sono la stessa attrice (nerissima, opposta come gli scacchi alla fedele e diafana Peneleope), non solo perché entrambe Tindaridi, ma perché rappresentano la violazione del vincolo coniugale fino all’omicidio, la distruzione di un fondamento. Achille, quello che incarna il vigore, non c’è. C’è Agamennone, in un’armatura da Batman (di Nolan), impalato come una statua: un supereroe del passato, che finirà ucciso in una storia di corna, un passaggio di consegne fra l’aretè e il disordine. Il volto di Polifemo non è altro da quello umano, è per metà come piegato a forza: l’occhio in verticale, il naso in orizzontale. Una disgregazione più che una mutazione.
Ulisse viaggia poco, meno di due anni. Per il resto è prigioniero di forze (e femmine strane) di cui si libera inutilmente, passa da un disastro all’altro, si carica di colpe, abbandoni e promesse non mantenute, l’Ade glielo ricorda. È un uomo che perde pezzi a ogni flutto, come il suo mondo. Alla fine non è chiaro se muore in braccio alla sposa che per 20 anni ha cercato di immobilizzare il tempo, o se ripartirà da Itaca verso le colonne d’Ercole, a ovest, per onorare i compagni insepolti. Non chiude con il passato, il suo destino è esserlo e scomparire con lui.
Che cosa dice Nolan? Forse che l’Odissea messa per iscritto è un’elaborazione collettiva del lutto per la fine di un’era? Forse sì. Viene da pensare alla nostra? Forse sì. Ma anche che dopo 15 secoli siamo ancora qui.