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Mi scusi Pier Luigi Bersani, mi scusi Massimo D’Alema: favoriscano di andare al diavolo. A quel che sappiamo, nessuno di voi ha spostato gli aurei glutei per andare a salutare l’antico ancorché per vostra voce stimatissimo nemico. Sempre che non fosse Umberto Bossi ma un omonimo, “l’avversario più dignitoso che ho avuto in vita mia, e alla fine quello a cui ho voluto più bene” (Bersani); o quello che aveva “un istinto politico incredibile, che l’aveva portato a leggere in anticipo la rottura tra un pezzo di ceto produttivo del Nord e il governo centrale, Bossi era incontenibile, fuori da qualsiasi schema” (D’Alema).
Ora, capiamo che la Schlein e Conte sono di un’altra generazione, soprattutto mai cresciuta, che vive la lotta politica come a sette anni i maschi contro femmine, per non dire di Bonelli e Fratoianni che anche ingrassati e con il male al ginocchio fanno ancora la casa sull’albero.
Ma voi vecchiacci da cui ci aspettavamo rispetto, senso dell’onore, dopo quelle frasi che abbiamo trascritto qua sopra (sono di due giorni fa)? Il 13 giugno 1984 Giorgio Almirante, da solo, si mischiò alle tute blu e pregò un minuto nella camera ardente di Enrico Berlinguer. “Sono venuto a salutare un uomo estremamente onesto”. Poi si ritirò e tornò a casa a piedi.
La verità è che i pozzi della politica sono avvelenati dal rimbambinismo, e per sentirsi giovani i vecchi combattenti che un tempo si davano la mano almeno per salutarsi l’ultima volta, ora defecano due righe su Facebook e si accendono la pipa in poltrona. Colpa dei morti, che se ne vanno proprio di domenica, ma ti sembra.